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Perché le start up “scientifiche” sono così poche?

«Su 10 business plan che arrivano circa otto trattano progetti di internet, comunicazione e digitale. In Lombardia e anche nelle altre Start Cup regionali». A lamentarsi sono gli acceleratori di impresa presenti nelle università. Troppe idee su internet e poche di carattere scientifico. Da qui l’iniziativa di creare delle categorie ad hoc per stimolare scienziati e ricercatori attivi nelle scienze della vita, nel nanotech e nel biofarma. Ma la misura non è sembrata essere sufficiente per riequilibrare i rapporti di forza. I motivi sono di ordine culturale e strutturale, alcuni facilmente intuibili, altri più legati alla psicologia del ricercatore scientifico. «Prima analizziamo i tempi richiesti per sviluppare una idea innovativa – inizia Alberto Silvani, direttore di Unimitt, Centro per l’Innovazione e il Trasferimento Tecnologico dell’Università degli Studi di Milano -. I progetti con al centro tecnologie digitali sono avvantaggiati perché hanno come banco di prova immediato il mercato. Una volta concepita l’applicazione occorre capire se esiste qualche competitor e in caso negativo accelerare per uscire prima degli altri con un prodotto. Nel caso di un business plan scientifico, ad esempio un polimero, i tempi sono molto più lunghi e costosi. Occorre sostenere i costi della sperimentazione e ci si muove al buio nel senso che spesso non si sa chi sono i competitor che stanno lavorando sulle stesse molecole e neppure a che punto sono». Va aggiunto che molti progetti nel campo della ricerca farmaceutica non riescono a diventare azienda perché vengono acquisiti prima, a volte addirittura prima di terminare le fasi di laboratorio. «Poi c’è anche un fattore di ordine culturale – prosegue Silvani -. Il ricercatore almeno in Italia sente la sua collocazione più naturale all’interno dell’Accademia. Percepisce il mercato come un luogo dove hanno più successo economico progetti legati alle tecnologie. E nei fatti fare impresa nell’Ict pare più facile e pure più redditizio. Detto questo come Università di Milano abbiamo 22 spinoff, di cui la metà in attivo e almeno 15 che vedono la partecipazione di partner industriali o investitori. Semmai, occorre lavorare meglio sui brevetti. Spesso chi sta nei laboratori e per esempio sta preparando la tesi di dottorato ha giustamente fretta di presentare i risultati. Per dare vita a una impresa invece occorre capire prima se conviene brevettare, in che tempi e cosa». Una competenza questa che per ora non c’è nei laboratori.
su nova del 2 12