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Tredici

Se resti freddo lascia perdere, non ha senso, non puoi restare fermo o analitico. Quando parti con una serie come Tredici o ti lasci andare e decidi di ritornare indietro nel tempo o è inutile. Perché se non ci entri con la testa ti sembrerà alla fine un teen drama, intrattenimento di genere, ben scritto, figuriamoci, recitato ancora meglio ma pur sempre una cosa che sta dalle parti di Pretty Little Liars, una cosa per adolescenti con il giubbotto High School. Roba che abbiamo visto e rivisto mille volte.

Se invece ti togli dalla testa le decine di film su drammi di cheerleader, nerd e atleti, e non è cosa da poco, allora sei pronto a immergerti nel romanzo di formazione sul suicidio meglio scritto per la televisione.

Tredici nasce come trasposizione di un successo editoriale molto letto dai teen ager americani. By the way, ci sono i nerd, le cheerleader e i giovani belli, atletici e stupidi. Ci sono una manciatina di luoghi comuni ma non c’è l’urgenza di fare la morale su un tema delicato come quello di chi decide di togliersi la vita. Tredici parla di bullismo, di adolescenza e di fragilità, con una dose minima, ma davvero minima di retorica. La voce registrata su tredici audiocassette è di chi decide di raccontare alle 13 persone che l’hanno delusa o ferita i motivi che l’hanno spinta a tagliarsi le vene in una vasca da bagno. Ogni puntata è un pugno nello stomaco. Le situazioni sono molto americane, i dolori no, le ferite, le offese alla reputazione, quel senso di eternità del dolore che abbiamo tutti provato sui banchi di scuola è comune. Merito anche di Dylan Minnette  e Katherine Langford, i due protagonisti, perfetti nei loro ruoli, poco scontati e a volte persono veri. Ma è il tono di tutta la serie che funziona, che sceglie di non essere troppo di maniera per raccontare nel mondo più diretto possibile quel ventre molle che è l’adolescenza. Va visto. Tutto. Fino all’ultima cassetta.