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American Horror Story: ora l’incubo è Trump (e la rabbia delle donne)

 

Dopo aver giocato con fantasmi, serial killer, manicomi, clown e tutti gli archetipi più inflazionati del cinema del terrore, Ryan Murphy il creatore della serie tv American Horror Story (dal 6 ottobre sul canale Fox) ha finalmente messo un piede nella contemporaneità mettendo già nella sigla la maschera di gomma di Donald Trump. Dopo i demoni e gli assassini a spaventare l’America, anzi più propriamente i liberal, i benpensanti ricchi e radical chic della California bene c’è lui, Donald e il suo portato grottesco di maschilismo. Il presidente degli Stati Uniti è il motore immobile che dà vita alle fobie di una società ormai alla fine. Ally  che vive con la moglie Ivy  è terrorizzata di perdere il figlio Oz. Kai Anderson, capelli blu e sguardo assassino,  capisce che l’America è cambiata ed è il suo momento per diventare un nuovo leader politico. A muovere le vite di Ally e Kai è la paura. Subita e provocata. Dai buchi all’invasione degli immigrati. Donald Trump è il sintomo di una americana che rigetta il buonismo della sinistra buona e si scopre vulnerabile mettendo a nudo antichi conflitti.

Cult (questo il titolo di questa settima stagione) è faticosa ma luminosa nella sua capacità di accendere riflessioni sui sogni infranti della classe borghese, sul caos e sulle speranze di una società che si scopre diversa da quella che pensava di essere. Dentro personaggi carismatici e moderni bruciano la malattia mentale, la paranoia, l’incubo del fascismo e la rabbia di genere. Peccato per le scelte degli sceneggiatori a volte tirate per i capelli e prive di senso che hanno voluto affogare nel sangue una intuizione lucida sulla società attuale. Quindi non troppo violenza, ma troppa violenza stupida e gratuita da rendere i personaggi (bellissimi) delle maschere di gomma della commedia horror.