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Come sono caduto nella trappola dei giovani notai

Ci sono occasioni che non puoi lasciarti sfuggire. Venerdì scorso ero a Milano alla fondazione Cariplo e avevo davanti a me centinaia di giovani (e non) notai. Capite? La categoria più ricca e privilegiata. Quelli che con una firma incassano stipendi. Li avevo tutti davanti a me. E tutto merito di Riccardo Genghini, un notaio atipico, appassionato di tecnologia e visionario di cui avevo già scritto su Nova24. Ma vediamo prima il contesto. Il tema del convegno non lasciava spazio alla fantasia: "L'Atto notarile informatico". Io dovevo fare  il Pippo Baudo della situazione, il moderatore insomma. Ma con licenza di alzare la palla a visioni più problematiche. In altre parole, dovevo cercare di far capire che la penna d'oro, la carta, lo studio con i mobili in mogano, i faldoni impolverati e quelle sale d'aspetto eleganti e vetuste potrebbero anche scomparire. Che la digitalizzazione è un mostro che se non domato e compreso una volta uscito dalla gabbia non vi ritorna più. Che insomma i notai devono darsi una mossa se non vogliono farsi trovare impreparati. Nulla di complicato quindi. Anche perché l'esperienza del rogito e del mutuo ha rappresentato nella mia vita un salto in un universo parallelo paragonabile in termini di violenza e sbigottimento solo alla visita per il militare. La burocrazia mi ha sempre terrorizzato. Mi fa sentire impotente e inadeguato. Capite bene quindi la mia emozione nel poter dire tutto quello che pensavo a una casta di professionisti antica come i Savoia e sontuosa più dei dentisti e al tempo stessa incomprensibile per chi come me alle volte vive (anche troppo) con la testa nel digitiale. Mi ero pure preparato qualche battuta per rompere il ghiaccio. E invece? Invece niente. Nessuna stoccata. Niente di niente. Potevo tranquillamente abbondamarmi a qualche garbato sberleffo, giocare con i luoghi comuni addirittura avrei potuto buttarla in metafora. Avrei potuto dire un sacco di cose. E invece mi sono limitato a condurre un dibattito che poi è risultato interessante e pure per certi versi arguto ma senza pepe. E' vero che c'erano Francesco Sacco e Marco Zamperini , due amici che alleggeriscono ma di solito sono un po' puntuto. Certo, di cose ne sono state dette: i rischi di una professione troppo centrata sul documento e poco sulle persone, la necessità di modernizzarsi, di rinunciare alle rendite di posizione ecc. Ma niente di speciale, niente capace di soddisfare almeno nella forma la sete di giustizia che le carte bollate mi provocano. Nella mattinata ho anche intervistato per il sole alcuni giovani notai o aspiranti tali e sorprendentemente mi sono sembrati tutti molto consapevoli del fatto che i tempi sono cambiati. Anzi, uno si è pure venduto come ribelle ingiustamente osteggiato da fantomatiche lobby anacronistiche e reazionarie presenti nel notariato. Un'altro, non più giovanissimo, mi ha convinto della sacralità del documento (lo giuro!), del fatto che i notai non saranno mai sostituiti da un software (provocazione lanciata da me per farmi voler bene) perché "il rogito si fa una volta nella vita. Vede – mi ha detto – è un evento. E un giorno che non si dimentica. Per questo la gente vuole qualcuno (un uomo ndr) per celebrare (come un sacerdote ndr) questo momento". Una giovane notaia mi ha detto che i soldi li fanno gli studi più grandi, loro che sono più piccoli, loro no (!?!). Una notaio di Lodi ha anche cercato di convincermi che non è più come una volta, che il mestiere non viene trasmesso per via genetica (io suggerivo la mitosi)  e che addirittura oggi solo il 18% dei notai è figlio di notai. Nel complesso, mi sono sembrati meno austeri e più umani. Fose perché senza libri antichi alle spalle e un tavolo di legno pregiato davanti siamo tutti più uguali. Ecco magari uguali uguali no. Umani quello sì.