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Per adesso è soltanto una parola nuova: gamification. Si potrebbe tentare una traduzione in italiano ma è meglio astenersi. È una tendenza nei servizi o forse una chiave di lettura che vede l’utilizzo delle meccaniche e delle dinamiche di gioco in attività non ludiche allo scopo di fidelizzare, stimolare la partecipazione e attrarre le persone. Nella pratica possiamo usare questo termine quando, per ordinare un hamburger, ti tocca selezionare su uno schermo gli ingredienti come le magie o le armature in un gioco di ruolo online. Quando per venderti un paio di scarpe ti chiedono di sottoporti a un quiz con risposta multipla. O quando ancora per stimolarti ad andare in palestra si inventano un giochino che ti premia con stelline e oggetti virtuali. Insomma, ogni qual volta riescono a rendere divertente qualche cosa che non lo è necessariamente.
L’invenzione del termine viene attribuita a Jesse Schell, professore alla Carnegie Mellon University. Ma sulla scena sono comparsi altri padri come Gabe Zikerman autore del libro "Game based marketing" e Jane McGonigal che ha appena dato alle stampe "Reality is broken". Ci sono anche aziende e piccole start up che si occupano di gamification offrendo servizi e consulenza. Tra queste segnaliamo Bigdoor, Gamify e Bunchball. C’è pure l’immancabile valutazione delle potenzialità di questa idea: «Il mercato della gamification – sostiene M2 Research – nel 2016 dovrebbe valere 2,8 miliardi di dollari contro i 100 milioni di quest’anno». Nonostante i numeri il tema è controverso: di gamification si è discusso a febbraio durante la Game Developers Conference (Gdc) di San Francisco, senza peraltro arrivare a una qualche conclusione. E è stato oggetto di dibattito anche all’Sxsw di Austin (Texas). «Ovviamente – spiega Fabio Viola, autore del libro "Gamification. I videogiochi nella vita quotidiana" (http://www.gameifications.com) – già in passato si era compresa l’utilità di alcune meccaniche tipiche dei videogiochi. Ma ora questa nuova scienza sta conoscendo una standardizzazione ed esplosione. Un esempio? Ebay e Linkedin sono nati con l’ausilio di game designer che hanno aiutato a studiarne un’architettura appealing applicando principi come rating, stelline, livelli…». Anche altre aziende si stanno avvalendo della consulenza di game designer che provengono dal mondo dei videogame. Ristoranti, centri commerciali, produttori di scarpe, palestre e webdesigner cominciano a offrire servizi con logiche videoludiche. C’è anche chi sostiene che il concetto di badge virtuale alla base di social network come Gowalla e Foursquare sia stato inventato in un videogame per Facebook nel 2007 (Parking Wars). Se è vero che chi progetta i servizi sta dando e darà sempre più retta a chi costruisce videogiochi, anche solo semplicemente perché le nuove generazioni hanno un contatto più disinvolto non solo con i game ma anche con internet e l’interattività dei software informatici, un dubbio rimane. Non tanto sulla sostanza ma sulla forma. Non è da escludere che la gamification sia sempre esistita. Le schede a punti, i bollini del supermercato, i sacchettini di patatine con dentro la sorpresa. Gamefication è l’inventiva della mamma quando fa l’aereo col cucchiaio per imboccare il bimbo. È un’astuzia, una pratica di sopravvivenza in questo caso, ma anche un sistema di gratificazione basato sulla competizione. Un escamotage vuoi per stemperare le difficoltà della vita, vuoi per rendere più divertente la routine. L’esempio perfetto è l’app per iPhone EpicWin. Si gioca con la quotidianità: nessun mostro o boss da sconfiggere. Decidi tu quanto valgono tue missioni: scendi a prendere il latte? 10 punti. Chiami l’idraulico? 20 punti. Un motivatore, o forse un pretesto per dare valore all’immaginazione.

su nova24 del 24 marzo

 

  • Luca |

    Marco, sono d’accordo con te. Vediamo se qui da noi si inventano qualche cosa. Lo spazio secondo me c’è sicuramente. Magari mancano i game designer nostrani…

  • Marco Pizzo |

    E’ da un bel po’ di tempo che all’estero si parla di Gamification, ma sostanzialmente si è solo trovato un bel nome per delle iniziative di marketing che esistono da decenni: le raccolte punto per la customer loyalty sono la base, chiaramente Gamification vuol dire anche fare un salto sulla qualità delle iniziative, non a naso ma con coscienza di ciò che coinvolge veramente ( e su questo i game designer ne sanno in effetti molto di più).

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