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Letterina a Lara Croft

Io Lara l'ho conosciuta allo Smau. Sarà stato il 1998 o giù di lì. L'ho incontrata in fiera. Era una modella dell'Europa dell'Est. Occhio sbarrato e sorriso di cristallo non capiva bene cosa ci facesse lì in canotta e pantoloncini.  I giornali l'avevano appena scoperta, non  lei, il suo personaggio chiaramente. Ecco la prima eroina dei videogame, un simbola da fiera dell'elettronica di consumo, finalmente un personaggio che tutti avrebbero compreso, belloccia e atletica. Qualche cosa insomma di familiare, poco viceogame e molto cinema. Perfetto per carta stampata e tv. Di fatti non è passato molto tempo che sono arrivati i primi film, poi Angelina Jolie e infine l'oblio per un gioco che si sosteneva grazie quasi esclusivamente al carisma di Lara. Poi carisma per modo di dire: a parte correre, saltare, arrampicarsi e sparare con le braccia tese in avanti non c'era molto altro. Eppure, se la ricordano tutti Lara. Tanto che ha strappato applausi a scena aperta a Los Angeles il video del prossimo gioco.

 

Nella demo presentata all'E3 Lara è sporca, sanguinante e legata come un salame. Devono averla gonfiata di botte prima di lasciarla appesa in una tempio sotto terra. Lei si libera e ricominciata a saltare menando fendenti. Ma qualche cosa sembra essere cambiato. Meno fisso lo sguardo, meno plastiche le pose, c'è forse qualche cosa di più normale in Lara. Verrebbe da dire di più umano. Ma stiamo pur sempre parlando di una icona dei videogame. Che tutti ci cordiamo e che magari vorremmo un po' cambiato. Quanto lo siamo noi.