Io ci sono arrivato in età adulta. Non sono uno di quelli che avevano il Macintosh prima degli altri, al liceo preferivo giocare con schede e chip piuttosto che affidarmi a una marca. E poi, quelli del Mac erano davvero insostenibili come ii paninari e il brutto degli anni Ottanta. Con l'iPod qualche cosa è cambiato. Il lettore Mp3 ce l'avevo da tempo, intendiamoci. Ma quella ghiera ultrasensibile e l'idea di blindare servizio e prodotto è stata davvero una illuminazione perché ci costringeva a "pagare" la musica. Non con la minaccia ma con l'esperienza d'uso. Allora mi sono convinto che quella era una delle strade percorribili per mettere ordine nell'allora casino digitale. Poi, intendiamoci, c'erano anche tante cose che non mi piacevano. Come il fatto di non poter usare iTunes su un altro lettore. E quella circolarità del mondo Apple che mi faceva tanto (troppo) palestra da Milano bene. Sullo sfondo nasceva il mito di Jobs, i suoi evangelisti, quelli che scrivono Apple senza sinonimi. Quel mondo che ai congressi si sorride quando apre un portatile con la mela luminosa. Tutto sullo sfondo. Perché chi è nato sui Pc resta sempre un po' terra terra. Guarda le cose per quello che sono e impara a guardarci dentro, a scoprirne i trucchi. Chi, come me, è nato sui Pc resta sempre un pochetto hacker. Ecco perché con iPhone ho esultato. Gli operatori telefonici smettavono di essere il dominus di internet sui cellulari. La vera magia di Steve Jobs è stata quella di aver messo internet dentro e al centro dei cellulare disintermediando gli operatori telefonici che decidevano il bello e il cattivo tempo. Eccolo finalmente, l'odioso cambiamento di paradigma, la fuga in avanti che spiazza tutti e costringe una industria a inseguire. E così è stato. I telefoni si sono adattati alle logiche dello store, alle app, agli sviluppatori. Hanno capitolato alla creatività dei programmatori. Ecco Jobs per me è stato questo. L'innovatore che ha saputo cambiare le regole, che ha giocato e vinto con i big del mercato senza marketing e manovre ma con i prodotti. Di lui si dice che sia in fondo il primo artista della tecnologia in senso proprio. E probabilmente è così perché solo un ego senza compromessi poteva fare quello che ha fatto lui. Purtroppo gli artisti sono artisiti. Bucano la realtà con nautrezza e distraggono con il bello. Non vedi le cose sbagliate. E neppure le gabbie che hanno costruito intorno te. La "chiusura" del software, i diktat per i programmatori, quell'integrazione così rigida tra servizio e prodotto sono libertà che accetti di perdere per avere in cambio altro. Senza di lui, quell'"altro" rischia di scomparire. Ed è questo il vero problema. Senza l'artista, la tecnologia smette di incantare. E torna sulla terra. Questo a Cupertino lo sanno bene.