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Wsj, la replica di Google e il nodo del browser

L'inchiesta uscita sul Wsj e ripresa dal Sole 24 Ore online ha indotto Google a replicare. Secondo il quotidiano statunitense  il colosso di Mountain View e altre imprese di pubblicità avrebbero fatto ricorso a codici di programmazione speciali, nascosti nelle istruzioni di Safari, per monitorare e registrare milioni di utenti che usano il browser di navigazione Safari della Apple. In pratica, su un sistema tracciava e memorizzava il comportamento online degli utenti attraverso cookie aggirando le impostazioni di privacy del programma che per default su Safari impediscono l'installazione di cookie.

Ecco la difesa di Google che ha appena riscritto e semplificato la gestione della privacy di tutti i suoi siti. Una riforma che partirà dal primo marzo.

"Il Wall Street Journal – ha dichiarato Rachel Whetstone, Senior Vice President Communications e Public Policy di Google -  ha mal descritto quanto è successo e il perché. Abbiamo utilizzato una funzionalità conosciuta di Safari per offrire agli utenti di Google loggati nel loro account funzioni da loro stessi abilitate.  E' importante sottolineare che questi cookie pubblicitari non raccolgono informazioni personali. Diversamente da altri importanti browser, il browser Safari di Apple blocca per impostazione predefinita i cookies di terze parti. Tuttavia, Safari abilita per i propri utenti svariate funzioni web che fanno affidamento su terze parti e sui cookies di terze parti, quali i pulsanti "Like". Lo scorso anno, abbiamo cominciato ad usare questa funzionalità per abilitare alcune funzioni (come per esempio la possibilità di fare "+1" su contenuti di interesse dell'utente) per quegli utenti di Safari che erano loggati nel loro account Google e che avevano scelto di vedere pubblicità personalizzate e altri contenuti. Per abilitare queste funzioni, abbiamo creato un link temporaneo tra Safari e i server di Google, in modo da poter verificare se un utente di Safari era anche loggato nel suo account Google e aveva optato per questo tipo di personalizzazione, ma abbiamo sviluppato questo link in modo che le informazioni che passavano tra il browser Safari degli utenti e i server di Google fossero anonime – creando una barriera effettiva tra le loro informazioni personali e il contenuto su cui stavano navigando".  Da quanto si evince la difesa di Google passa per una implicita accusa ad Apple. Precisa infatti il portavoce di Mountain View: "Il browser Safari conteneva altre funzionalità che hanno fatto sì che altri cookies pubblicitari di Google fossero installati nel browser. Non avevamo previsto che potesse succedere e ora abbiamo cominciato a rimuovere questi cookies pubblicitari dai browser Safari. E' importante sottolineare che, esattamente come con altri browser, questi cookies pubblicitari non raccolgono informazioni personali". Quello che è chiaro è che restano poco chiari i sistemi di tracciamento che si installano sul nostri computer. Se è di tutta evidenza che il business di Google è quello vendere pubblicità tracciando il comportamento degli internauti quello di Apple è di vendere prodotti. I due interessi viaggiano su binari distinti. Da qui l'"aggiramento" dei sistemi da parte di Google che per garantire "la scelta di vedere pubblicità personalizzate e altri contenuti" ha creato un link per offrire – ribadiscono – agli utenti di Google loggati nel loro account funzioni da loro stessi abilitate. E' un gatto che si morde la coda e rende altresì chiaro quanto sia urgente rendere le regole di privacy ancora più esplicite anche in base al browser che un utente sceglie. La complessità altrimenti rischia di essere esponenziale.