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Il codice delle cose

«I migliori programmatori sono i fisici. Perché scrivere software significa rimodellare il mondo. E chi conosce le leggi della fisica impara a entrare nella sintassi delle cose». Mimmo Cosenza ha studiato filosofia del linguaggio e oggi è imprenditore del web. I programmatori li conosce bene. Sa cosa vuol dire alzarsi nel cuore della notte ossessionati da un algoritmo imperfetto. Mettersi davanti al computer per scrivere quelle linee di codice che proprio non ti venivano in mente. Ma soprattutto sa bene che gli sviluppatori hanno smesso di essere la parodia descritta in Microservi, il romanzo di Douglas Coupland uscito nel 1995. Quindici anni dopo quel libro, un certo tipo di software, quello più lontano dal chip e più vicino all’utente è uscito dal ghetto per diventare l’interfaccia che abbiamo con gli altri, con la nostra memoria e con l’immaginazione. «Tutti i sistemi sociali, economici e culturali delle società avanzate si appoggiano al software», scrive Lev Manovich nel suo nuovo libro «Software Culture – L’anima digitale della cultura contemporanea». I missili sono comandati dal software come anche i sistemi informativi degli ospedali, le piattaforma sui vengono pubblicati i blogger o i videgames che giochiamo. «Il software – osserva il professore di origine russe di arti visive a San Diego (California) – è l’interfaccia che abbiamo con il mondo». In particolare, esiste un sottoinsieme di programmi – su cui si concentra la riflessione di Manovich – che vengono utilizzati per creare, pubblicare, distribuire o anche accedere a oggetti e ambienti mediali. L’autore di "The Language of New media" li definisce software culturali: programmi come Photoshop, Illustrator, Final cut studio o anche piattaforme di blogging come WordPress hanno permesso la creazione, pubblicazione, condivisione (e remix) di contenuti digitali. Le conseguenze dell’utilizzo di questi software investono tutti gli ambiti dell’economia della conoscenza. Eppure, non sappiamo da chi e perché questi software sono nati. Non conosciamo le persone che li hanno creati. Sappiamo, anche solo per intuizione, che il software è per chi produce contenuti qualche cosa di più complesso del pennello per l’artista. Ha delle implicazioni ancora tutte da indagare nella concezione dei contenuti. «In che modo – si domanda Manovich – le interfacce e i software per la creazione dei contenuti stanno influenzando l’estetica e i linguaggi visivi dei diversi formati mediali?».
Le riposte a queste domande sono tutte nel codice, o meglio nella testa di coloro che programmano. Sono loro, gli sviluppatori, che hanno consegnato alla rete una serie di strumenti open source evoluti capaci di potenziare la creatività. Allo stesso tempo hanno in un certo senso reso più popolare l’esperienza della programmazione.
«Diciamo che si è abbassata la barriera di ingresso. Sono nati dei linguaggi più semplici – osserva Emanuele Vulcano giovanissimo sviluppatore di applicazioni per iPhone –. Xcode, Eclipse, Visual Studio sono ambienti di sviluppo integrati (Ide), cioè strumenti che facilitano enormemente la gestione di compiti come la compilazione o la correzione degli errori, generalmente offrendo un’interfaccia semplificata. Un enorme passo in avanti è stata l’adozione da parte delle Ide di designer grafici per le interfacce utente, ovvero programmi che permettono di disegnare i componenti di un’applicazione direttamente a schermo (invece di dover scrivere codice che debba costruire ciascun elemento e calcolarne le coordinate a mano). Il primo ambiente di sviluppo a fornire un designer grafico è stato Visual Basic 1.0, ma il concetto è immediatamente diventato popolarissimo. Un’altro fattore – aggiunge – è il software open source che ha praticamente azzerato i costi degli strumenti di sviluppo».
I framework opensource, in particolare, oltre a far risparmiare linee di codice agli sviluppatori sono diventati stimolo per i programmatori a migliorare in continuazione. Tuttavia, se è vero che la soglia di accesso si è abbassata, è altrettanto chiaro che solo poche figure professionali si sono misurate con l’informatica-scritta. Per ora l’urgenza di mettere le mani nel codice è fortemente sentita solo da chi lavora nelle arti visive e nel design. Processing (http://processing.org/), Pure Data (http://puredata.info/) Max (http://cycling74.com/downloads/) per la musica o vvv (http://vvvv.org/tiki-index.php) sono programmi che hanno reso più semplice la produzione artistica multimediale. «Ho visto filosofi (nel senso di non-ingegneri) costruire installazioni straordinarie con vvvv, un programma tedesco open source», osserva Massimo Banzi, inventore di Arduino. È il sogno di un "analfabeta" informatico: poter utilizzare una specie di scatola degli attrezzi capace di ridurre la complessità del codice a mattoncini di lego. Molti dei concetti e delle pratiche della comunità open source vanno in questa direzione ma la programmazione resta una sintassi che richiede rigore e logica. Scrivere un programma richiede disciplina. E quindi non è per tutti. Tuttavia, l’aspirazione a "rimodellare il mondo" propria di un programmatore, un game designer o uno sviluppatore di applicazioni è l’attributo più interessante della software culture. Più interessante e più eversivo.
Pubblicato su Nova24 del 4 marzo 2010