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Come sono caduto nella trappola dei giovani designer

Giovedì scorso, nella sede del Sole 24 Ore mi sono ritrovato a moderare un convegno dal titolo “Comunicare l'architettura”. Davanti a me una platea di architetti e designer. A pochi giorni dai notai , ho
accusato un'istantaneo déjà vu. Diversamente da quanto accade con la burocrazia verso l'architettura ho un approccio turistico. Non ho un mio modo di intendere gli spazio, non prediligo dei colori in particolare, per i materiale ho una sensibilità quasi nulla e ho trovato lo studio dell'Argan una diabolica tortura. Ecco perché circondato da architetti e designer mi sono sentito piuttosto in difetto. Purtroppo per limiti
caratteriali, quando mi trovo in una simile condizione divento fastidioso e pignolo. Ho cominciato a prendermela con il titolo del convegno: comunicare l'architettura. Ma siamo sicuri che si comunica
l'archittettura? A parte interviste inginocchiate ad “archistar” e servizi su case inventate da architetti e abitate da architetti non si vede altro sulle riviste o in televisione?  Per fortuna nessuno ha raccolto la mie infantili provocazioni. Ma solo per lanciarne altre. I designer se la sono presa con la moda che ha invaso il mondo degli oggetti. Gli architetti con i giornalisti che non sanno raccontare il pensiero
creativo. E i giornalisti se la sono presa con i designer perché usano le logiche della moda. Preso in contropiede ho provato inserirmi anche io nella discussione proponendo una architettura partecipata, ovvero allargare la progettualità anche a chi si pone come consumatore intelligente. Mi spiego: non significa che Renzo Piano prima di disegnare debba darmi retta ma vuol dire affiancare ai talenti dei tavoli interdisciplinari. Chiaramente la mia ingenua proposta è stata accolta con la bonaria indifferenza di chi pensa che tu non sai  di quello di cui sta parlando. Come dire: “ prova a sederti con un designer, se hai il coraggio? Devo dire che il coraggio ce l'ho avuto. E in un certo senso hanno ragione loro.
Quando ho invitato i designer in trasmissione, cioè quando li ho invitati a parlare di loro e del loro lavoro senza oggetti di mezzo è capitato di ricevere da parte degli ascoltatori una accoglienza mai neutra. Sarà che gli oggetti e i servizi connessi  riguardano tutti e tutti abbiamo cose da dire. In particolare, un designer è arrivato in studio in saio con un progetto di lavatrice sostenibile con  'apertura dall'alto e che funziona senza elettricità. Sarà perché non si spiegava bene ma sono incominciati ad arrivare sms oltraggiosi in trasmissioni. Con un designer atipico invece come Massimo Banzi, l'ìinventore di Arduino, piovevano idee e proposte. Forse perché Banzi come anche una generazione di designer è interessata ad ascoltare. E questo pare strano ma si percepisce e molto in radio. 

  • afad |

    ma quanti errori ortografici in questo articolo ?

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