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Complessità obbligatoria

DI LUCA TREMOLADA
In un paesino dell’Oregon chiamato The Dalles un computer costava 1.600 dollari. Era il 1990: a New York Bill Gates lanciava Windows 3.0, a Ginevra Tim Berners-Lee sviluppava il world wide web e da qualche parte in America Robert Morris Jr. creava il primo virus informatico. Microsoft e Intel insieme erano l’industria del personal<TH>computer. Venti'annidopo questo mondo è a gambe all’aria.Nel 2010 i cellulari diventano quanto gli abitanti della Terra negli anni 90, precisamente 5,4 miliardi mentre i pc si fermano a 1,3 miliardi. Solo vent’anni fa i rapporti erano invertiti: 100 milioni di pc contro 11 milioni di privilegiati che possedevano un telefonino.
Oggi un terzo della popolazione mondiale si connette a internet, lo fa con iPad, iPod, telefoni intelligenti, console divertenti e computer bonsai. Calcolatrice alla mano fanno più di 3 miliardi di oggetti che si connettono alla rete, comunicano tra loro, costretti a parlare la stessa lingua dall’architettura di internet ma con cervelli e sistemi operativi diversi. «Solo negli smartphone possiamo individuare addirittura sei piattaforme diverse – commenta Roberta Cozza, analista di Gartner –. Il mercato non è mai stato così frammentato». Una complessità difficile da governare, neppure immaginabile ai tempi di Wintel, una complessità che può uccidere come ha suggerito Ray Ozzie, l’uomo che cinque anni fa è stato chiamato a sostituire Bill Gates. È lui che prima di congedarsi in un lungo post ha ricordato a Microsoft che il mondo è cambiato. «Come negli anni 90 – ha scritto – stiamo vivendo una nuova alba destinata a illuminare un sistema dove tutto non gira più intorno al pc».
«La complessità è solo apparente – afferma Alfonso Fuggetta, ad di Cefriel e docente al Politecnico di Milano –. Mai come oggi è diventato semplice cambiare tecnologia, portare i nostri dati e il nostro lavoro da un dispositivo all’altro. Semmai vedo delle criticità sul proliferare dei dialetti, dei linguaggi e delle specifiche che un programmatore è chiamato a rispettare per proporre la sua applicazione su più device». Per certi versi, aggiunge l’analista di Gartner, quella a cui stiamo assistendo è una caccia agli sviluppatori. Sono loro a decretare il successo di una piattaforma mobile. Solo due anni fa i cellulari erano design, memoria e definizione della fotocamera. Oggi contano solo le applicazioni, la qualità dell’esperienza percepita».
Non è solo un indizio dell’importanza strategica conquistata dal software. Ma la conseguenza di un diverso modo di progettare l’informatica: «Una volta, negli anni 90 – osserva Fuggetta – per immaginare e realizzare un servizio dovevi per forza costruire apposta un oggetto fisico. Oggi invece i dispositivi non hanno una funzione propria ma sono degli esecutori. Ad esempio, l’iPhone non ha nulla di meno rispetto a un pc. Solo che è il software a dare significato e funzione a questi oggetti».
Questo fatto appare imponente anche nei conti e nelle scelte strategiche dei big della tecnologia. Microsoft stessa che ha appena chiuso una trimestrale record (+50% dell’utile) per la prima volta ha guadagnato più con Office che con il suo sistema operativo Windows 7. In futuro, dicono gli analisti, sarà la cloud corporate di Microsoft, i vari share point e Windows Exchange a muovere il suo bilancio. Google risolve la complessità rendendosi immune dai sistemi operativi. Vive di pubblicità grazie alla sua attività<TH>di<TH>catalogazione del suo motore di ricerca. E per la prima volta con Android mira a governare l’esperienza di navigazione dei dispositivi mobili preparandosi a entrare in qualsiasi hardware. Apple, invece, si concentra sull’offrire una esperienza all’utente migliore, su una piattaforma che unisce indissolubilmente servizi e dispositivi fisici. Per la prima volta in quindici anni, ha incassato in tre mesi più di Microsoft, e tutto merito di iPod, iPad e iPhone che oggi rappresentano due terzi del suo fatturato. Il resto è appanaggio del Mac, il computer che ha sostenuto per tutti gli anni 90 la Apple.
Tutto è cambiato. Se è davvero così allora ha proprio ragione Ray Ozzie: «Siamo all’alba di un nuovo giorno che illuminerà un mondo di oggetti connessi e servizi offerti con continuità». Un mondo che ha già confini e una geografia ben chiara. Dove? A The Dalles, nell’Oregon. In questa cittadina di poche migliaia di abitanti si fatica a trovare un negozio di pc. Ma lungo il fiume Columbia che la attraversa, sorgono data center grandi come stadi. Aziende come Microsoft e Amazon, vecchi e nuovi attori della tecnologia, lavorano a un nuovo paradigma dell’It, sul software che fornirà servizi, potenza di calcolo, risorse informatiche attraverso il tubo di internet. Lavorano a una semplificazione di estrema complessità.
Pubblicato su Nova del 4 novembre