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Spider-Man: No Way Home, l’universo Mcu e i bambini della mia generazione

Spider-Man: No Way Home chiude un trilogia e introduce al multiverso della fase quattro del Marvel Cinematic Universe. Messa così, me ne rendo conto, non è per tutti. Anzi, per chi non ha mai frequentato i film dei supereroi è inutile proseguire la lettura. Anche chi magari leggeva i fumetti ma non sa nulla degli Avengers al cinema è tagliato fuori. Pare incredibile ma i cinepanettoni dei supereroi sono snob. Non ti puoi avvicinare a tredici anni di cinema Marvel con un approccio turistico. O sei dentro o è meglio dedicarsi ad altro.  Considerate mio figlio di sei anni: complice la pandemia si è visto tutti i 27 blockbuster più le serie tv.  Gli ho risparmiato Venom perché lo avrei terrorizzato e Deadpool ma solo perché avrei dovuto spiegare doppi sensi che fanno ridere solo me (oltre a un numero massiccio di parolacce, ma quello è meno).

Una premessa: io sono uno normale. A sei anni a casa mia l’Uomo Ragno era il  numero uno. Batteva alla grande Topolino e i calciatori. Batteva tutti. Diciamo che a parte Goldrake e Jeeg – quelli giocano un campionato maggiore – non c’erano rivali. C’è voluto Guerre Stellari a nove anni per distrarmi. Ma è durato poco, giusto un paio anni,  perché poi in pre-adolescenza sono arrivati gli X-Men e molto dopo sono tornato in fumetteria con la serie Ultimates. Questo solo per mettere le mani avanti. Non sono uno di quei padri con la collezione dell’Uomo Ragno conservata in cantina in buste di plastica trasparente. E neppure uno di quelli che non vedeva l’ora di illustrare l’importanza storica del cross-over Guerre Segrete nell’evoluzione della psicologia dei supereroi. E’ solo una questione di campi di gioco comuni. Luoghi che possono interessare entrambi. Diciamo più articolati di Peppa Pig. Dove magari parti avvantaggiato perché li conosci già. Come una palla da calcio quando vai al parco (chi è che non ha mai dato un calcio a un pallone?). O la bicicletta o i Pokémon. Ti senti più a tuo agio con le carte dei Pokémon che ci sono da 25 anni che con i Bakugan. lo so che bisognerebbe partire con il figlio allo stesso livello, ma sono pigro e non me ne vergogno.

Ad ogni modo, il primo film dell’Mcu è Iron Man. Ed è il 2008. All’inizio ho pensato a semplici monografie con effetti speciali e con tutta l’Hollywood che conta  a prestare il loro volto agli eroi di china. Poi ho letto i numeri dell’investimento finanziario e ho unito i puntini. Quello che oggi è il franchise più redditizio della storia del cinema non poteva accontentarsi di giocare con i miei ricordi di bambino. Non poteva cioè permettersi di aggiornare il design di qualche costume e inserire qualche elemento di modernità. Per la prima volta è stata messo in atto con successo un piano  di portata pluriennale per rendere contemporanea una fiction nata nella seconda metà del secolo scorso. Se ci pensate non sono in molti ad averci provato. Guerre Stellari non c’è riuscita. La seconda trilogia è un disastro e per le nuove generazioni è attraente come un western. C’è anche chi non ci ha mai provato. Topolino resta Topolino. Guai a toccare Super Mario. Ci sono icone che è normale restino tali. I supereroi invece sono un prodotto della società, nascono in contesti specifici e riflettono spesso i cambiamenti di sensibilità, politici e di costume. Senza tirare in ballo il Superman gender fluid o non binario dei fumetti pensate a Peter Parker che nei suo multiversi è l’emblema di questa inquietudine. Nel n. 700 di Amazing SpiderMan, ultimo della serie, Peter viene ucciso dal suo nemico di sempre, il Dottor Octopus. Rinasce nel 2013 come Miles Morales che diventa il primo afro-americano a indossare il costume del supereroe e il quarto a prendere l’identità di Spider-man. Se non sei uno che passa le ore nei negozi di fumetti tutto questo può apparire complicato da seguire. E in realtà lo è. Perché i fumetti per sopravvivere devono continuamente rinnovarsi senza perdere pezzi. Peter Parker deve morire per fare sopravvivere l’Uomo Ragno.

E qui arriviamo a Spider-Man: No Way Home. Quello che rende straordinario questo film è l’ispirato sottotesto generazionale che è stato introdotto. Gli sceneggiatori della Marvel hanno iniziato un dialogo con gli spettatori di tutte le età con l’intento di non perdere nessuno per strada. E fino a questa fase quattro ci sono riusciti. Qualcuno ha trovato questo “Uomo Ragno” autoreferenziale e furbetto. Una operazione nostalgia da numero speciale. Invece alla Marvel hanno scritto un prodotto che parla a quelli che conoscono a memoria tutti gli Spiderman al cinema e anche a quelli che si fermano al fumetto. A chi non conosce Thanos e le gemme dell’Infinito e a chi invece sa tutto e aspetta con ansia le scene al termine del film quando ci sono i titoli di coda che anticipano quello che accadrà nei prossimi film. Accade così che fuori dal cinema ti ritrovi con tuo figlio di sei anni a discutere delle battaglie e delle mosse dei cattivi. Con la moglie che è entrata nella mente degli sceneggiatori e ha già capito quello che accadrà nelle prossimi film. E con l’amico che ti ricorda con precisione la citazione che allude a una battuta di Spider-Man 3 del 2007.  Non accade con Encanto, neppure con Luca della Pixar e neanche con le altre grandi produzione della cultura pop contemporanea tipo 007 o i kolossal sci-fi. E non era scontato. Come si è visto nelle trasposizioni cinematografi di fantasy non sempre avere a disposizione un immaginario strutturato e ricco si rivela un vantaggio. Proprio perché c’è sempre paura negli sceneggiatori  a cambiare troppo le cose, vai con freno  a mano tirato perché poi i fan della prima ora la possono prendere a male. Il progetto Mcu invece ricorda Games of Thrones, succede di tutto, entrano ed escono personaggi come se non ci fosse un domani. Come è accaduto con Thor che gioca a Fortnite, c’è la volontà di  essere dissacranti e leggeri. C’è la volontà di svecchiare sul lato gender e quindi di sostituire certi stereotipi novecenteschi con altri più moderni. Ci sono gli elementi di  contemporaneità che mancavano negli anni 70-80 come l’Uomo  Ragno sui social, i messaggini tra Capitan America e Thor e il riscaldamento climatico.  Poi però non tutto riesce bene.  Sono sempre film di supereroi. Non è la nouvelle vague. I dialoghi sono pieni zeppi di battute che a volte fanno ridere solo gli americani. Alcuni cattivi hanno due espressioni, massimo tre. E c’è sempre una mistica dell’eroe piatta piatta leggerona nei contenuti e nelle forme. Siamo sempre dalle parti di “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Da lì non ci muoviamo. E va bene così. Perché quello che rende  Spider-Man: No Way Home davvero “stupefacente” non è il budget o gli effetti speciali ma il gioco a incastro tra le aspettative dello spettatore e l’evoluzione del personaggio. Quelli della mia età vanno a vedersi i supereroi della Marvel per chiedersi cosa si inventeranno gli sceneggiatori. Se ammazzeranno un altro personaggio o lo faranno diventare un ambientalista alla Greta Thunberg. Vai a vedere gli Avengers per vedere se ti riportano in vita Iron Man, se a Thor gli ritorna la pancia ma anche dettagli sulla vita amorosa di Wanda e Visione. Se ci saranno camei, easter egg o citazioni. Quali eroi di altre serie compariranno anche solo a fare ciao con la manina. Cerchi il sottotesto e le didascalie, con la speranza di potertela tirare con quelli della tua età  sfoggiando quel minimo di cultura pop che ti ricorda quando eri giovane. Poi certo ci sono le battaglie e le esplosioni. Ma di quelli discuti con tuo figlio.